Cristiani senza paura

DA ILIGAN – Mentre in Siria ed Iraq lo Stato islamico sta subendo pesanti sconfitte, nell’isola di Mindanao, nelle Filippine del sud, le bandiere nere stanno avanzando, portando distruzione e terrore. Il terreno in queste zone è fertile. Da decenni, infatti, i ribelli musulmani richiedono l’autonomia da Manila. Ma se prima la loro battaglia è stata condotta solo contro il governo, negli ultimi anni alcuni gruppi si sono avvicinati ai tagliagole jihadisti.

Con l’obiettivo di creare il primo Califfato nel sud-est asiatico, i miliziani del Maute ed Abu Sayyaf, considerati la costola filippina dell’ISIS, il 23 maggio scorso hanno avviato l’assedio della città di Marawi, capoluogo della provincia di Lanao del Sur. Oggi, dopo quasi cinque mesi di scontri e bombardamenti, l’esercito di Rodrigo Duterte non è riuscito ancora a riprendere completamente il controllo. Fino ad ora le violenze hanno causato la morte di oltre 700 persone e quasi 400mila sfollati.

“Questi gruppi estremisti sono dei puristi e non vogliono nessun contatto con i cristiani”, ci spiega il Vescovo di Marawi Edwin de la Peña, che incontriamo nella campagna di Iligan, dove si è rifugiato. Il religioso è scampato per miracolo al rapimento, quando i jihadisti hanno fatto irruzione nella cattedrale della città, sequestrando diversi fedeli compreso il sacerdote Teresito “Chito” Soganub, che è stato liberato all’alba di domenica 17 settembre dalle forze speciali filippine. “A Marawi, fino ad un paio di anni fa – specifica il Vescovo – la comunità musulmana e quella cristiana convivevano pacificamente”. Ma “poi l’islam radicale ha irrotto con forza anche nelle Filippine meridionali e le cose sono cambiate drasticamente”. Secondo Edwin de la Peña l’obiettivo dei terroristi sarebbe quello di mostrarsi forti nel condurre l’assedio per acquisire credibilità agli occhi degli islamisti in Medio Oriente ed ottenere così maggiori finanziamenti per continuare la propaganda, il reclutamento e l’indottrinamento dei giovani.

     “Probabilmente molte persone non hanno capito cosa sta succedendo da anni in Mindanao”, aggiunge Sebastiano D’Ambra – missionario italiano del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) – che ci ha ricevuto nella cattedrale di San Michele Arcangelo ad Iligan dove si trova per sostenere i fedeli. Il sacerdote, 75 anni, originario di Aci Trezza, in Sicilia, è un uomo del dialogo che ha passato più della metà della propria vita nelle Filippine. Profondo conoscitore della lingua araba e studioso del Corano, nel 1984 ha fondato Silsilah, un’associazione per il dialogo interreligioso con sede a Zamboanga, un’altra città cruciale per il destino dell’isola. Nello scenario della chiesa gremita di credenti per le funzioni giornaliere, il religioso precisa che dopo la presa di Marawi vi è il rischio concreto che molti giovani si arruolino in questi gruppi armati, purtroppo in crescita in tutta la regione. “Non è certamente da sottovalutare che negli ultimi anni alcuni Paesi islamici, tra cui l’Arabia Saudita, abbiano sponsorizzato percorsi di formazione nelle scuole coraniche, influenzandone l’ideologia”. Ad oggi, conclude Padre Sebastiano D’Ambra prima di salutarci, “tutte le persone che non abbracciano la visione estremista dell’ISIS sono in pericolo. Ma noi non dobbiamo dimostrare di avere paura”.

 

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