Umberto Bertelè: “L’italiano non ha capito quanto è nei guai. Uno tsunami lo travolgerà, spero in tempo”

«Un tempo con un’idea vincente campavano tre generazioni, oggi non è più così, al massimo si tira avanti dieci anni: la vita delle imprese, se non si rinnovano di continuo, è molto più breve di quella lavorativa».

Il professor Umberto Bertelé, tra i fondatori del corso di laurea in Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, presidente degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del medesimo e autore del libro Strategia (Egea), una bibbia per chi vuol sapere dove andrà il lavoro nei prossimi anni, non è in vena di sconti al sistema Italia. «E perché dovrei» affonda il dito nella piaga, «mi sa dire negli ultimi vent’anni quante grandi imprese siamo riusciti a generare? La nostra storia di maggior successo è la Yoox, che vale in Borsa due miliardi. È cambiato anche il modo di ragionare degli imprenditori, non si punta più a creare dinastie industriali ma ad avere successo per vendere al meglio le loro imprese».

Il nostro vecchio tessuto imprenditoriale quanto è ancora vivo?
«C’è una parte del nostro sistema che ha continuato a crescere, quella che esporta e respira la cultura internazionale. Ma un’altra parte soffre, e non solo per la minore disponibilità di spesa per i consumi. Il fatto che il nostro tessuto produttivo sia per lo più di piccole e medie dimensioni non ci aiuta, perché il cambiamento qui è più lento, dipende solo da quanto sono illuminati il proprietario o l’amministratore delegato, che per la maggior parte dei casi sono restii al cambiamento e spesso sono più interessati a ricevere sostegni pubblici che non a rivoluzionare i loro assetti. Ci sono poi gli zombie, imprese decotte e prive ogni prospettiva futura che vengono tenute in vita con finanziamenti pubblici con la scusa di salvaguardare i posti di lavoro; sprecando risorse che dovrebbero essere dedicate al rafforzamento delle imprese che possono farcela».

Gli italiani sanno come stanno le cose?
«L’italiano medio è confuso, quello colto è preoccupato, ma la necessità di un cambiamento forte non si è ancora diffusa nelle persone. Per scuoterle ci vorrebbe un fatto epocale, capace di spazzare via un intero pezzo dell’economia».

Tipo la chiusura di Alitalia o di Mps?
«Non facciamo nomi, anche perché ai nomi corrispondono le persone e i pericoli maggiori li vedo per le risorse umane, che saranno tutte costrette a riciclarsi se non vogliono essere estromesse dal mercato del lavoro. Le imprese sono costrette a cambiare e chi non si adatta viene accantonato».

Perché gli Usa, da dove sono partite le due grandi crisi economiche del secolo, restano sempre il faro dell’economia mondiale?
«Perché è una società che non ha paura della gente costretta a vivere in strada. La regola è: fallisci in fretta così pui ricominciare. Noi non commettiamo crimini sociali ma eccediamo nel proteggere le realtà esistenti e ci costa troppo. È il modello ultraliberista e spietato che ha consentito agli Usa di riaffermarsi come leader indiscussi dell’economia mondiale grazie alla rivoluzione digitale. È l’eterno miracolo della California».

Il loro rivale digitale è la Cina?
«Sì, anche grazie al protezionismo di Pechino, che è il nodo dello scontro con Trump. Nel digitale, con la scusa del controllo dell’informazione e facilitati da una lingua inaccessibile, la Cina ha bloccato Facebook e Google, permettendo lo svilupparsi di Alibaba, l’equivalente di Amazon, capace in un mese di raccogliere 80 milioni di clienti nel risparmio gestito, e di altri portali, come Tensent, la Facebook cinese».

L’Europa com’è messa?
«Non ha fatto la scelta cinese, a differenza di quanto fece per promuovere l’Airbus. Sul digitale è praticamente inesistente, per di più ha un sistema politico incapace anche di costringere le imprese digitali a pagare le tasse».

Come mai siamo così imbelli?
«Bisogna considerare che ormai le grandi multinazionali digitali hanno una potenza di fuoco economica e a livello di lobby superiore alla maggior parte dei Paesi del mondo, figurarsi dei partiti e della politica. E che i Paesi Ue, facendosi concorrenza fiscale per ospitare le sedi delle multinazionali, aprono enormi spazi all’elusione fiscale».

Esiste la possibilità che l’economia digitale sia una bolla?
«Le capitalizzazioni sono molto alte ma per le principali imprese, per ora, lo sono anche i profitti. Sono digitali ben 5 delle 6 imprese a maggiore capitalizzazione nel mondo: Alphabet-Google, Microsoft, Amazon e Facebook, oltre ad Apple. Del vecchio mondo resiste solo Warren Buffet, che è finanza, non vecchia economia. Non credo allo scoppio di una bolla di dimensioni simili a quelle di inizio secolo, credo piuttosto in un mercato sempre più selettivo».

Quale sarà la prossima frontiera?
«La digitalizzazione sta diffondendosi ovunque, nell’economia e nella finanza, nella formazione, nella sanità e nei servizi, in generale nei nostri stili di vita. Un grande salto di qualità, rispetto all’era dei PC, si è avuto con l’accesso a Internet in mobilità. L’enorme diffusione degli smartphone fa sì che ci siano oltre 2 miliardi di persone perennemente connesse (una cifra che potrebbe raddoppiarsi in poch anni), con un cambio radicale delle modalità di interazione fra persone, fra imprese, fra imprese e persone. Cresce l’ecommerce, con Amazon e Alibaba destinati a scontrarsi frontalmente; cresce la pubblicità digitale con Google e Facebook protagonisti; crescono le piattaforme, quelle di Uber e Airbnb, ma anche le cosiddette “fintech” nell’ambito bancario-finanziario».

Lei è un professore universitario: come prepara i suoi studenti a questo nuovo mondo?
«La sfida più grande è cosa insegnare, ma il problema maggiore non l’hanno gli studenti bensì chi ha già un lavoro, che deve aggiornare la propria formazione di continuo se non vuole perderlo e che corre il pericolo di essere espulso per la maggior convenienza che le imprese spesso hanno ad assumere persone nuove, – che costano meno e hanno una preparazione e una forma mentis più orientate all’innovazione – piuttosto che a riprogrammare quelle in organico. Se il ritmo dell’innovazione continuerà a essere così veloce, le imprese dovranno sempre più offrire a chi opera al loro interno aggiornamenti continui, integrando i servizi generali di formazione acquistati all’esterno con interventi mirati degli interni sui progetti di sviluppo delle imprese stesse».

di Pietro Senaldi

fonte…qui

 

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