«In Vaticano furgoni pieni di lingotti d’oro»

«In Vaticano
furgoni pieni di lingotti d’oro»

ROMA Come nei film, con le valigie piene di lingotti d’oro caricate su due furgoni. Lo sfondo è la basilica di San Pietro e a raccontare l’episodio, in un verbale agli atti dell’inchiesta sullo Ior e sugli affari di Nunzio Scarano, è Massimiliano Marcianò, amico intimo del monsignore finito in manette. Il verbale è stato trasmesso a Roma dalla procura di Salerno, che per prima ha avviato l’indagine sull’ex cassiere dell’Apsa, Amministrazione del patrimonio immobiliare della Santa sede, che funziona come una banca e ha un giro d’affari superiore all’Istituto opere di religione.

I LINGOTTI
La testimonianza di Marcianò, general manager di Events & Travels, è stata raccolta dalla procura di Salerno che ha iscritto il monsignore sul registro degli indagati per riciclaggio. Giovedì, Marcianò, più volte intercettato durante le indagini, davanti ai pm e ai militari del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finzanza di Salerno, ha dichiarato: «Mi trovavo con Scarano nel piazzale antistante il Vaticano ho visto che venivano caricate delle valigie piene di lingotti d’oro a bordo di due furgoni. Ho chiesto spiegazioni a Scarano: ma voi abitualmente fate queste cose? ho detto. Lui non mi ha risposto».

I DOSSIER
A verbale Marcianò racconta anche che Scarano gli aveva riferito di avere preparato dei dossier su tutte le operazioni ”torbide” Apsa. Ma poi è stato Scarano a riferire ai pm di Roma di speculazioni milionarie gestite dall’Amministrazione. In particolare di conti Apsa intestati a società fiduciarie estere lussemburghesi o monegasche. Poi altri affari, come i depositi a sei zeri su banche italiane attraverso conti Apsa: i conti venivano spostati da un istituto all’altro in base al rendimento, ma tutto sfuggiva al fisco. Tutte situazioni gestite dal numero uno dell’Apsa, Paolo Mennini, almeno secondo Scarano e delle quali, lo stesso monsignore, difeso dagli avvocati Francesco Caroleo Grimaldi e Silverio Sica, ha detto di avere parlato al cardinale Tracisio Bertone.

SOLDI A BEIRUT
Davanti al gip Barbara Callari, Scarano, che adesso spera di essere sarerato dal Tribunale del Riesame, aveva ricostruito l’operazione per la quale è finito in manette con l’accusa di truffa e corruzione. I 20 milioni di euro che, secondo i pm e il monsignore, sarebbero stati il frutto di un’evasione fiscale da 41 milioni degli armatori D’Amico, affidata al broker Giovanni Scarano. Soldi che dalla Svizzera dovevano finire su un conto Ior per evitare i controlli antiriciclaggio, grazie all’intervento dello 007 Giovanni Zito. Adesso Scarano sostiene che quel denaro dovesse volare a Beirut: «I 41 milioni dovevano andare a Beirut, perché è un paradiso fiscale».

 

 

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